venerdì 31 ottobre 2014

Renzi e il PD: dal tramonto all'alba (o viceversa)

In Italia pochi lo sopportano, all’estero qualcuno lo apprezza, nel suo partito quasi tutti lo temono. E’ Matteo Renzi, attualmente il personaggio più controverso del panorama politico nostrano.
Partiamo dal suo partito. Il PD sta attraversando una trasformazione complessa ed obbligata dopo gli insuccessi degli ultimi anni e la scalata dell’ex sindaco di Firenze ha cambiato gli equilibri interni. La vecchia nomenklatura si arrocca intorno ai nomi di Bersani e D’Alema, mentre la componente più giovane si avvicina sempre di più alla linea renziana pur avendo trascorso esperienze precedenti al fianco della dirigenza storica.
Opportunismo o no è un segno dei cambiamenti, di un ringiovanimento ed di una commercializzazione differente del prodotto politico in stile marketing pubblicitario. L’apparire è diventato più importante del fare e questo è evidente nella comunicazione del suo leader, con slogan e promesse che ricordano il populismo berlusconiano.
La sinistra in passato non è mai riuscita a decifrare l’algoritmo del successo del (ex) Cavaliere, proponendo leader di spessore e di cultura raffinata ma spesso distanti dalle richieste popolari, oggi Renzi, invece, risponde ai canoni di una platea piatta e priva di alcun sussulto ideologico.
Tuttavia, la lotta interna al PD non porterà a nessuna scissione proprio in conseguenza di quanto appena scritto: non gioverebbe alla “vecchia” dirigenza, alla ricerca di un nuovo leader vicino all’essenza di partito, e consentirebbe al Presidente del Consiglio di liberarsi di zavorre che però oggi sono certezza di voti.
L’altra parte del mondo politico italiano certamente non lo acclama con il centro-destra che da un verso lo appoggia e dall’altro finge di fare opposizione e con il M5S che ormai teme la sua ascesa. Sia ben chiaro, si tratta di un timore collegato all’indiretta incapacità del Movimento di attrarre consensi presso la gente, quella che oggi sembra più interessata a promesse (gli 80 euro in busta paga o il bonus alle neo-mamme) che al “tutti a casa” sbandierato due anni fa e lontano dalla sua pur minima realizzazione.

All’estero, invece, Renzi gode di qualche favore e ciò in considerazione del suo "doppiogiochismo": da una parte la volontà di ricostruire l’Europa con i leader di Paesi una volta di primo piano ed oggi economicamente malmessi (Francia e Spagna) contro il potere germanico di palazzo e dall’altra l’appiattimento sulle richieste dell’UE in materia economica per non perdere il credito e l’aiuto della Banca Centrale Europea e degli altri interlocutori annessi.
In definitiva, l’attuale status quo politico interno - che a volte rasenta l’apatia - non lascia prevedere grandi scossoni, ma la concreta probabilità di assistere ad una lunga parentesi renziana, che si autoalimenterà con il tempo grazie ad ingranaggi sempre più oleati e senza l’obiettiva possibilità di discontinuità.
Pertanto nessun sussulto all'orizzonte: gli scontri sindacali, la lotta operaia e l’inizio degli "autunni caldi" di protesta non sono più di questa epoca, d’altronde le fabbriche in Italia sono ormai quasi tutte chiuse.

martedì 7 ottobre 2014

Economia & Mercati: volatilità di fine anno

Con l'inizio dell’ultimo trimestre dell’anno accresce la probabilità di poter assistere sui mercati finanziari a giornate e settimane di alta volatilità.

I timori sono molteplici e variegati. A breve avrà inizio la stagione degli utili in America e a fine settembre in Europa con attese in calo rispetto al primo semestre, la diffusione dell’Ebola comincia ad essere un fenomeno a cui bisogna dare la giusta attenzione - proporzionalmente  alla sua entità ed alla capacità di controllo e valutazione – ed i fattori geo-politici iniziano ad essere numericamente importanti oltre che potenzialmente dannosi.

Le proteste ad Hong Kong, l’Iraq, la Siria e l’Ucraina rappresentano incognite non di scarso rilievo e mixate con la debolezza economica, proprio nelle suddette aree, potrebbero determinare criticità non trascurabili. Se la Cina è in affanno, l’Europa non ride ed anche gli Stati Uniti iniziano a perdere vigore.

Se nel caso del Vecchio Continente lo scetticismo è più legato al dibattito sull’austerity ed ai suoi deludenti effetti che al panorama puramente finanziario, l’America vive esattamente la situazione opposta: l’economia registra continui miglioramenti, ma un passaggio troppo rapido verso una politica monetaria meno accomodante sembra poter rappresentare un’occasione di vendita, considerando che il mercato statunitense galleggia da mesi sui massimi storici e quindi appare logoro e stanco.

Si tratta di problemi gestibili senza affanno?

La situazione in Ucraina sembra più distesa, ad Hong Kong il Governo cinese utilizzerà la strategia dell’attesa e l’Isis con la sua politica autolesionista sta contribuendo a rendere più omogenei e cooperanti tutti i suoi antagonisti a livello planetario.

In materia economica, la Cina non vivrà una fase di “hard lending” grazie alle riforme che daranno rinnovata forza all’intera area ancora per un po’, l’Europa continuerà a discutere sulla possibilità di dare più tempo ai Paesi in difficoltà (Italia e Francia su tutte) e la politica accomodante della BCE, criticata apertamente dai tedeschi ma apprezzata sottobanco grazie al conseguente indebolimento della valuta capace di dare all’export germanico lo slancio perso da tempo, garantirà stabilità e tenuta ai mercati locali.

Nonostante la portata negativa di tutti questi elementi possa essere inferiore rispetto alle previsioni più pessimistiche, rimane comunque la certezza di essere prossimi ad una fase di stanca governata dalla volatilità: di medio periodo e di media incisività, capace di trasformarsi in fragilità in una breve fase di mercato.

Pochi timori, ma grandi difficoltà per i "ricercatori" di (alti) rendimenti.